Hello

Hello,

how are you?

And where are you by the way? Sometimes I try to picture you.. Maybe you have someone else right now, or you’re just as lost as I am, maybe you’re looking for me or maybe not, but I want to tell you that sometimes I get excited at the idea of getting to know you in the future. I know I must not be thinking about you, because maybe you don’t even exist for me or we will never actually meet. Yet I like to imagine that you’re somewhere out there in the world looking for me and that maybe, if fate allows it, we will finally meet one day.

Are you sad? Are you feeling lonely?

I do feel lonely, it’s not nice, but I think everyone of us should experience loneliness at least once in a lifetime, it’s good for the soul and we shouldn’t try to numb the feeling with all the social media and the tools that technology provides us today. But still, I’m no one to say what people should or shouldn’t do. I can see you, walking all alone along a river in some country on the other side of the world. You’re slowly walking and thinking, feeling alone, but not necessary sad. You’re reading a book on your bed and listening to music and suddenly these same thoughts strike you. You’re just alone as I am, but you enjoy it even if it’s sad and maybe you’re thinking about me too, somehow.

Did you have breakfast today? Did you brush your teeth and drink a satisfying amount of water? I hope you’re taking care of yourself. Did you gave a compliment to your mum? Every mum needs that. I hope your parents are lovely and, most importantly, that they’re good to you. I hope you lived a healthy childhood and that you were rebel enough during your teen-age years. Is work tiring today? Do you get along with your colleagues? I hope you’re doing something that you really like and that makes you feel alive. You know, it’s important being satisfied with what we do in life. I also hope that you do love yourself and that you’re able to enjoy your alone time, in my opinion that’s the secret to face the world and people in the best way we can. If we have faith in ourselves, if we’re self-confident enough, that will help us in every situation of life. Do you have any sibling? I hope you do, they’re the first friends life gives us if we’re lucky enough, they can make you a better person and help you grow, so I hope you do and that you love each other.

I really hope you like music. And going to concerts, where you scream your favorite songs out loud. I love the vibes you get at concerts, the energy of the crowd mixed to the energy of the singer is so powerful, pure magic. Do you have a few trusted friends? I hope you found a couple of trustful people, those friends to whom you can tell everything, those that will never judge you and with whom you can be completely yourself without any effort. They make your life brighter, they’re the shoulder on which you can always count, they are your tribe. I hope you have them by your side. And I hope you can travel and see the world. I hope you live on your own or that you experienced some time living alone at some point of your life. That’s an experience that helps you grow a lot, you learn how to take care of yourself. I hope you’re kind to yourself  and to others and easy going. I know it’s hard to be too good sometimes, people can take advantage of it. But remember not to let the world turn you cruel, you have to keep the good that’s inside of you, it’s your weapon against this world. Also I promise you, if you stay good, you will see the consequences of your good actions and enjoy them.

I wish I could be there and stroke your hair and your cheeks. I wish I could be there comforting you in your hard times. I wish I could make coffee in the morning and enjoy it with you. I wish I could be taking long walks holding hands with you. I wish you could give me big hugs when I’m feeling down and soft kisses when nobody sees us, or kissing in the middle of a crowd. I wish we could laugh together at stupid things and fighting with you because I can’t stand your flaws, but then making up to you. I wish I could cry for you and with you when you’re feeling sad. I wish I could miss you when we’re apart and feeling thrilled when I get one of your texts. I wish I could be cooking dinner for you and that you could do the same for me. I wish I could be talking with until late night, about our fears, our weaknesses and dreams, about the memories you have of your childhood, about the fights you had with your brothers or how alone you felt if you were an only child. I wish we could travel together and that you could teach me how to see the world through your eyes. I wish you could tell me how you see me and help me face my deepest fears. I wish we could stand together to face the world and help each other become the best version of ourselves.

I wish you’re sleeping tight tonight. Maybe we will meet one day or maybe not. Maybe.

Good night.

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BTS, K-Music e K-Pop mania

In questi giorni mi girava per la testa l’idea di scrivere un articolo sul K-Pop, un fenomeno che si sta espandendo a livello globale negli ultimi tempi. Con il termine K-Pop ci si riferisce a quel genere musicale Pop per l’appunto, costituito da gruppi musicali femminili e maschili coreani. Le caratteristiche principali di questi gruppi sono:

  1. essere di bell’aspetto: diciamo che i cantanti di k-pop sono piuttosto stereotipati, gli uomini hanno dei bei visini puliti e delicati, quasi femminei, tendenzialmente sono alti e magri. Le ragazze sono molto simili le une alle altre e sembrano delle bambole. La differenza tra i primi e le seconde è che almeno i maschi si distinguono di più tra di loro, le ragazze sembrano fatte con lo stampino;
  2. colore di capelli sgargianti: i coreani hanno la tendenza a tingere i loro bei capelli color corvino di altri colori. Se sei un cantante k-pop è preferibile che i tuoi capelli assumano delle sfumature pastello o fluorescenti. Le ragazze rimangono di solito sul castano;
  3. unire il canto e il ballo: avete presente le band pop americane e britanniche che andavano di moda negli anni ’90? Backstreet Boys, 5ive, N’Sync, Spice Girls etc etc ecco quel genere lì. Immaginatevi una cosa del genere: gruppi cospicui di ragazzi che cantano e ballano contemporaneamente. Il k-pop è molto simile, solo che invece di essere una moda passeggera è un vero e proprio genere musicale.

Io mi sono imbattuta per la prima volta in questo genere circa 4 anni fa, quando sono stata per la prima volta in Cina. Allora in realtà la prima impressione che avevo avuto del k-pop non era stata un gran che e l’avevo piuttosto snobbato, banalizzandolo e classificandolo come un genere ormai superato in Occidente (povera illusa). Cosa è cambiato poi? Mi ci sono riavvicinata due anni fa quando, durante la mia seconda esperienza in Cina, ho avuto la fortuna di avere come compagna di stanza una ragazza coreana con cui ho fatto amicizia e che mi ha passato un po’ di canzoni coreane. Non so cosa sia cambiato in due anni di distanza, forse la prima volta semplicemente non era il momento. Sta di fatto che da lì mi sono appassionata.

Inizialmente mi sono avvicinata soprattutto al genere R&B, Hip-Hop coreano. E voi direte: “Esiste l’hip-hop coreano?!”, ebbene sì signori! Questi artisti coreani sono molto talentuosi, sono ancora poco conosciuti dalle nostre parti, ma anche loro piano piano stanno diventando famosi qua. Per fare alcuni nomi: DEAN, Jay Park, Loco, Gray, Crush, Zico, Zion T. etc etc

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Consiglio caldamente un ascolto, sono dei veri talenti musicali!

Tornando a noi, oltre a questi artisti parallelamente ascoltavo anche qualche canzone di cantanti k-pop, soprattutto EXO e GOT7 all’inizio. Il mio interesse per il k-pop si è accresciuto quando verso la fine del 2016 ho conosciuto la mia allora coinquilina, (nonché attualmente migliore amica) che pur studiando arte contemporanea, ha da sempre avuto una passione per l’Asia, in modo particolare per il k-pop e i kdramas (è stata proprio lei a iniziarmi anche a questi ultimi!). Così dal nostro incontro è nato anche uno spasmodico amore per le band coreane e da quel momento ci siamo fomentate a vicenda. Tutto ciò è successo più di un anno fa! All’inizi del 2017 ancora il k-pop non era molto conosciuto, almeno qua in Italia. Ma da quest’anno le cose sono totalmente cambiate. E qui arriviamo al dunque:

i BTS!

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Ok, a vederli così si potrebbe pensare che abbiano qualche problema (il che probabilmente è vero), ma al di là di questo, sono una band formidabile e da record. Infatti questi 7 ragazzi sono stati la prima band coreana a vincere i Billaboard Awards, ovvero uno dei più importanti premi musicali statunitensi. Per una band sud-coreana vincere un premio del genere, credetemi, è una vera e propria conquista. I ragazzi si esibiscono insieme dal 2013. Sono una band relativamente giovane e nonostante il k-pop esista da decenni con band che si esibiscono da 20 anni, questi pischelli hanno scalato le vette musicali del mondo e sono ora sulla bocca di tutti, ma proprio tutti (comprese mamme e nonne). Troviamo una gif più credibile.

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Eccoci qua!

Stavo dicendo, questi 7 ragazzi sono un portento (non si capisce che sono una fan eh). Sono riusciti a trovare il giusto mix tra Occidente e Oriente, così da rompere le barriere del k-pop e arrivare anche da noi. Il nome della band per intero è Bangtan Sonyeondan (방탄소년단) il cui significato in inglese sarebbe: “Bulletproof Boyscouts” ovvero “Boyscout antiproiettile”. Il motivo di questo nome è dovuto al fatto che loro dovrebbero rappresentare una band che rompe gli stereotipi e le critiche sugli adolescenti e proteggerne valori e idee. I loro nomi sono:

Rapmonster (Kim Namjoon), nonché il leader; J-Hope (Jung Hoseok); Suga (Min Yoongi); Jimin (Park Jimin); Jin (Kim Seokjin); V (Kim Taehyung); Jungkook (Jeon Jeongguk).

Se uno va ad ascoltare i loro primi album, troverà uno stampo hip-hop, ma sempre all’interno del K-Pop, il che comporta delle melodie piuttosto lontane dal gusto occidentale. Ma con il passare degli anni, i ragazzi hanno plasmato il loro genere musicale, mantenendo sempre una base hip-hop, ma avvicinandosi alla musica pop occidentale, così da conquistare masse di fan anche dall’altra parte dell’oceano. Adesso, non è per discriminare il K-pop, ma è vero che questo genere musicale è caratterizzato da melodie dance, pur mantenendosi sempre sul pop, comunque molto particolari e che non trovano sempre molto seguito in Occidente. Infatti sono poche le persone che conosco che riescono ad apprezzare il genere. I BTS invece sono un caso a parte, perché sono stati in grado di rivoluzionare il genere in un certo senso, permettendone così la diffusione.

Un altro asso nella manica dei BTS è la loro genuinità. Secondo me sono diventati famosi anche perché tendenzialmente loro si mostrano per ciò che sono, senza filtri. I video che li ritraggono mostrano 7 ragazzi ventenni che fanno gli stupidi, scherzano e si divertono tra di loro, come fanno i loro coetanei. Anche quando rilasciano le interviste, sono molto spontanei, non si trattengono e sono piuttosto sinceri. Questo li differenzia tanto dai loro colleghi coreani, perché le altre band sono molto stereotipat, generalmente i componenei sono perfetti e impeccabili, a vederli sembrano quasi dei bambolotti finti, piuttosto impostati. Poi arrivano i BTS che fanno i casinari, si prendono in giro, fanno cadere le cose e dicono delle cavolate davanti alle telecamere come se fossero solo tra di loro. In questo modo è più facile per i fan sentirli vicino a loro e immedesimarsi.

Questo è dovuto sicuramente all’impostazione data dalla loro etichetta: la Big Hit Entertainment. Si intende dal modo di fare che hanno i ragazzi che si vede nei video che hanno uno stile di vita piuttosto sano, restano comunque dei cantanti coreani, il che vuol dire che hanno un’etica del lavoro molto rigida e diversa da quella occidentale. Però appaiono comunque sereni. Questo è indice del fatto che non vengono sfruttati dall’etichetta discografica, almeno non tanto quanto altre etichette quali la SM Town. Essa è nata qualche anno prima della Big Hit ed enumera molte band di K-Pop, ma è risaputo che questa etichetta è veramente tanto rigida, che i cantanti sono sottoposti a dei ritmi disumani e non hanno una vita al di fuori. Questa è una grande differenza tra i BTS e il resto delle band: si vede che, nonostante siano dei personaggi famosi, hanno tanta libertà nel condurre le loro vite private e nell’essere sé stessi. Non per nulla la sigla della Big Hit è: “Music & Artist for Healing”.

La sigla si collega ad un altro elemento che rende speciali i BTS: essi infatti si sono fatti promotori di messaggi molto positivi, il loro ultimo album si chiama “Love Yourself”. Spesso nelle loro interviste sottolineano questo concetto, l’importanza di amare sé stessi, perché è la forma di amore più grande che possediamo ed è fondamentale per sapersi rapportare con le altre persone. Il fatto che diffondano un messaggio così potente, li rende una band ancora più positiva secondo me. Osservando i fandom dei vari artisti, si possono individuare degli atteggiamenti comuni tra i fan, anche semplicemente leggendo i tweet, che rispecchiano lo stile o l’etica della band. Per esempio, i fan di una band emo saranno orientati su pensieri più depressi, quelli di una band rock-alternativa su atteggiamenti più ribelli etc etc… Mi stupisco tantissimo del fatto che i fan dei BTS tendano a diffondere messaggi molto positivi, augurando agli altri fan di prendere cura di sé stessi e ricordandogli quanto sia importante essere in salute e volersi bene. Ecco, questa è la dimostrazione della potenza del messaggio diffuso dai BTS e del potere che hanno le band o gli artisti in generale: possono arrivare a migliaia di persone e dare un messaggio che si diffonderà in maniera virale e potrebbe addirittura diventare uno stile di vita. Per questo il fatto che loro insistano tanto sulla salute mentale e fisica, su quanto sia importante prendersi cursa di sé, è veramente un messaggio positivo e che non molti altri artisti si preoccupano di diffondere.

Ultima cosa, ma non meno importante, i BTS scrivono e producono le proprie canzoni, non sono quindi solo dei cantanti e ballerini che eseguono le canzoni che gli vengono date, ma sono degli artisti a 360 gradi. Ognuno di loro ha il proprio talento e se anche uno solo dovesse venire meno, i BTS non sarebbero più gli stessi. Comunque nonostante io adori tutti e sette questi ragazzi, devo ammettere di avere una preferenza:

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RAPMONSTER!

Eh, oh, raga, che ci vogliamo fa’, mi ha conquistata! Non sto qua ad elencare i motivi, perché occuperei altre 100 pagine. Nonostante questo, i ragazzi sono tutti fantastici!

Ah! Ho dimenticato di dire che i fan dei BTS vengono chiamati A.R.M.Y., acronimo per “Adorable Representative M.C for Youth”, ma che in realtà mantiene il significato che la parola ha in inglese, ovvero sono una sorta di “esercito”, disposto a rispondere ai propri leader (i BTS) e a fare di tutto per proteggerli. Insomma, sottolinea il legame tra i BTS e i fan.

Detto ciò, noi army italiani ci auguriamo che i ragazzi decidano di venire in Italia durante il loro prossimo tour, sperando che non scelgano solo l’Asia e gli USA, ma che si ricordino dell’esistenza dell’ITALIA. O almeno che vengano in Europa, così noi ci sposteremo in massa per andare a vederli.

In questo articolo ho dato piena prova di essere una grande fangirl a 25 anni suonati, ma poco importa, lo sarò anche a 50 anni per quanto mi riguarda! Non so se qualcuno si sorbirà mai tutta questa panfrina sul K-Pop e sui BTS. Ma poco importa eheh.

Alla prossima,

Ilaria

Amare e amarsi

In questi giorni ho riflettuto tanto su quanto siano complicate le relazioni. In modo particolare ovviamente quelle sentimentali. È innegabile che siamo tutti alla ricerca dell’amore, anche i più cinici e acidi che dichiarano di voler vivere per sempre accompagnati da 27 gatti hanno sognato almeno una volta l’amore oppure hanno avuto il cuore spezzato da qualcuno, eppure trovarlo è tutt’altro che facile.

Fin da piccoli ci viene inculcata l’idea che quando cresceremo troveremo l’uomo o la donna della nostra vita con cui costruire una famiglia e si presuppone che ameremo la persona in questione. Ma è sempre così?

È la società stessa che promuove la ricerca dell’amore, anzi, soprattutto negli ultimi anni l’amore è stato anche largamente commercializzato: per andare in vacanza, per sposarsi e anche in occasione di feste come San Valentino. E quindi siamo tutti costantemente alla ricerca dell’amore e se non riusciamo a trovarlo o preferiamo stare da soli veniamo guardati male o con sguardo compassionevole nella maggior parte dei casi. Sono buoni tutti a dire che è importante restare da soli quando hanno qualcuno al proprio fianco. Poi magari la relazione finisce e di colpo inziano ad autocommiserarsi perché sono single.

Io stessa sono alla ricerca dell’amore: fino ad oggi ho collezionato una serie di relazioni più o meno fallimentari. Non sono però sicura di essere mai stata innamorata, forse lo sono stata o forse ci sono andata tremendamente vicina. Sono circondata da persone che si trovano in relazioni più o meno stabili e ho notato che la tendenza generale è quella di avere un fidanzato/a. Ma se si osservano le relazioni da vicino, molte di queste spesso hanno grossi difetti e voi direte che è normale. Certo, ogni relazione è imperfetta, come imperfette sono le persone che la vivono e che la costruiscono, ma ci sono veramente tanti rapporti in cui le cose non vanno o in cui uno dei due partner ha dei comportamenti estremamente tossici o addirittura abusivi e l’altra persona lo accetta ugualmente. Mi sono interrogata a fondo su questo argomento e sono giunta ad una conclusione.

Il punto è che per costruire una relazione sana con qualcun altro, per poter veramente essere capaci di amare un’altra persona, bisogna amare se stessi prima di tutto e questo fatto è dato molto per scontato. In realtà non è una cosa per niente banale, solo nel momento in cui siamo quasi completamente a proprio agio con noi stessi, consapevoli dei nostri limiti, di quello che ci piace e che non ci piace, solo a quel punto forse saremo in grado di amare in maniera sana e adulta un altro essere umano. Se mancano questi presupposti, le nostre relazioni purtroppo saranno quasi sempre squilibrate.

Adesso, non ho la presunzione di giudicare come le relazioni dovrebbero funzionare o di emettere sentenze, sto solamente esprimendo la mia idea al riguardo e questa teoria vale anche e soprattutto per me stessa. Se non siamo ben consapevoli di noi stessi e di quello che vogliamo/non vogliamo accettare negli altri, se accettiamo tutto quello che ci capita tra le mani, rischiamo di incappare in persone tossiche o violente che possono danneggiarci profondamente. Purtroppo la tendenza è quella di non tenere in considerazione questo presupposto importante, tante persone non pensano al fatto che sia importante amare sé stessi prima di poter amare qualcun altro. È incredibile la facilità con cui tra esseri umani si instaurino dei rapporti malsani, basati sulla dipendenza, sul ricatto, spesso veri e propri rapporti di potere.

In queste mie riflessioni quindi sono giunta alla conclusione che amare sé stessi sia la chiave: bisogna avere il coraggio di essere egoisti in maniera sana, oppure avere l’umiltà di ridurre il proprio ego se in eccesso per poter vivere delle relazioni equilibrate. Non è facile, per me stessa è sempre stata una cosa difficile, che sto cercando di imparare mano a mano con il tempo. È importante dedicare del tempo a noi stessi, sapere cosa ci piace fare, avere i nostri hobby, i nostri impegni e i nostri obiettivi nella vita, saper dire di NO oltre che SI, essere in grado di stare in piedi da soli senza dover dipendere da qualcun altro. Non è facile ovviamente, perché per arrivare ad amare sé stessi è importante anche passare tanto tempo da soli e non molte persone sono disposte a farlo. Non è una cosa facile da fare, perché vuol dire affrontare tutte le situazioni della vita da soli e per farlo ci vuole coraggio, ma il risultato poi è sicuramente garantito. Ovviamente bisogna essere disposti a voler migliorare sé stessi e ad affrontare sé stessi che può essere una cosa molto spaventosa, perché implica metterci a nudo davanti a uno specchio, dispiegando non solo le cose belle di noi, ma anche far emergere i nostri demoni e avere la forza necessaria per accettarli ed esserne consapevoli. Però sono convinta del fatto che solo in questa maniera si può trovare l’amore vero. Ci sono anche dei casi in cui si incontra la persona giusta in un momento in cui non amiamo particolarmente noi stessi e magari sarà la relazione stessa ad aiutarci a crescere e ad apprezzarci, ma questi casi sono rari.

Ad ogni modo in attesa dell’amore, invece di rimanere a compiangere noi stessi, possiamo cercare il lato positivo della situazione e fare del nostro meglio per vivere bene, preparandoci per affrontare la vita stessa in futuro e chissà forse anche trovare l’amore, quello vero.

Sono estremamente convinta del fatto che la nostra disposizione al momento, la nostra energia e il nostro atteggiamento influenzino fortemente l’avvenire e soprattutto le cose che attiriamo nella nostra vita. Se pensiamo positivo, cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno e di fare del nostro meglio per essere e amare noi stessi al 100%, l’universo ascolterà il nostro sforzo e diventeremo una sorta di calamita per tutto ciò di positivo che la vita può riservarci.

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Goblin: come fanno le serie i coreani, nessuno mai

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Era da un po’ di tempo che volevo scrivere un post sui K-Dramas, ma soprattutto su uno in particolare: “Guardian: The Lonely and Great God”, meglio conosciuto come “Goblin”. Innanzitutto c’è da dire che generalmente le serie televisive coreane sono caratterizzate da trame tremendamente romantiche e tristi: raccontano di storie d’amore strappalacrime, con toni diversi che possono andare dal drammatico al divertente. Non hanno niente a che vedere con le serie televisive occidentali, il genere è completamente diverso, sono molto più naif e candide, le storie d’amore sono per la maggior parte del tempo platoniche e idealizzate, di contatto fisico ce n’è ben poco e i personaggi sono spesso estremamente romantici. Per quanto riguarda quelli maschili, essi sono molto idealizzati, sono uomini iper-protettivi, molto romantici, estremamente premurosi nei confronti dei personaggi femminili, rasentano quasi la perfezione (per questo sono molto distanti dalla realtà ahah). I personaggi femminili invece sono spesso donne forti, ma mantengono quell’aspetto di fragilità e innocenza che sembra attrarre tanto i personaggi maschili e risvegliare in loro un forte senso di protezione.

Dopo questa panoramica, posso passare a parlare della serie in questione: “Goblin”. E’ una serie che a riscosso molto successo in Corea e quasi tutti gli amanti dei K-Dramas l’hanno vista almeno una volta. La storia si svolge ai giorni nostri, anche se ha in realtà origine secoli prima; il protagonista Kim Shin, è un guerriero vissuto nel periodo in cui in Corea dominava la dinastia Goryeo, che governò dal 918 al 1392, egli è un guerriero molto valoroso che esce sempre vincente dalle battaglie, scatenando così la gelosia del giovane sovrano dell’epoca Wang Yeo che, manipolato da un malvagio consigliere, decide di fare uccidere lui e tutti i suoi familiari. Un elemento fondamentale di tutta la serie è la presenza di un Dio che premia e punisce, il quale decide di ricompensare Kim Shin concedendogli l’immortalità, ma siccome nella sua vita ha ucciso numerose persone in battaglia, il premio diventa anche una punizione, poiché egli sarà condannato a vedere tutti i suoi cari morire. In tutto ciò egli ha una spada conficcata nel cuore (quella con cui è stato ucciso) e solo la sua sposa, il suo vero amore, sarà in grado di estrarla e far sì che egli possa finalmente riposare in pace.

Passano 900 anni e ci ritroviamo ai giorni nostri, Kim Shin conduce una vita solitaria, egli è un semidio, quindi il suo compito consiste anche nell’impartire punizioni e ricompense ai mortali che incontra lungo il suo cammino. Per una serie di coincidenze finalmente incontra la sua futura sposa: Ji Eun-Tak, una ragazza orfana di madre e padre che può vedere i fantasmi, ha una sorta di marchio sulla spalla sinistra, prova del fatto che lei è la “sposa del Goblin”, come lei stessa si definisce, consapevole di esserlo fin dalla nascita. Il giorno del suo 19esimo compleanno, soffiando le candeline della sua torta, invoca il Goblin per la prima volta e così inizia la loro storia d’amore. Non starò qui a spiegare tutta la trama ovviamente, finirei per dilungarmi troppo e poi che gusto c’è nel rivelare la storia completa! Ovviamente nella trama sono inclusi molti altri personaggi e tante storie intrecciate le une alle altre, più o meno importanti.

Quello che mi ha colpito tanto di questa serie è stata la sua intensità, sono solo 16 episodi perciò la storia è molto condensata ed è fatta estremamente bene, perché catturano lo spettatore che si ritrova coinvolto in questa storia d’amore straziante, di cui finisce per sentirsi lui stesso protagonista. Il modo in cui la storia viene raccontata è allo stesso tempo dolce e malinconico, non avevo mai visto una serie del genere prima, inoltre è priva di qualsiasi contenuto sessuale, cosa molto strana per gli standard a cui siamo abituati. I personaggi sono molto teneri, hanno una certa aura di ingenuità e riescono ad essere anche molto buffi. Non so quale potere abbiano questi coreani insomma, ma riescono veramente a fare delle serie con i fiocchi e devo dire che le preferisco di gran lunga alle serie occidentali.

Un altro tema che caratterizza la serie e che si ritrova spesso nelle serie di matrice orientale in generale, è quello del destino. In queste serie si parla quasi sempre del destino che fa incontrare gli amanti, è un argomento molto sentito, perché esso ha da sempre permeato le culture orientali. Il fato è presente anche nell’immaginario occidentale, lo si vede fin dall’antichità, nelle culture greche e romane, ma sembra che con il passare dei secoli sia stato un po’ accantonato dalla nostra cultura, probabilmente anche a causa della forte influenza della scienza e della mentalità razionale. Mi stupisco sempre tanto invece del fatto che nelle culture orientali esso continui ad assumere un ruolo importante, esso è spesso menzionato nelle serie televisive così come anche nelle canzoni. La storia d’amore principale in Goblin, così come le altre storie, sono tutte frutto del fato che unisce i personaggi.

Il messaggio finale della serie è che l’amore vince tutto, se due persone sono destinate per l’appunto a stare insieme, niente le potrà mai separare: né il tempo, né gli altri, ma soprattutto nemmeno la morte. La conclusione è quindi molto positiva e lascia allo spettatore una sensazione molto piacevole e anche un certo senso di speranza:

l’amore può tutto.

A tutti i romantici e sognatori, ma anche ai più cinici che però hanno voglia di sorbirsi una bella serie sdolcinata e di piangere tante lacrime guardandola, la consiglio caldamente.

A presto.

What about Asia?

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Non chiedetemi perché scrivo i titoli in inglese, ancora non l’ho capito nemmeno io precisamente, forse perché in inglese sembrano sono palesemente più fighi? Ahah boh.

Comunque, stavo pensando alla mia adorata Asia in questi giorni, ma che dico, ci penso sempre ormai. Stavo pensando a come ho fatto a ritrovarmi qua, a studiare il cinese, una lingua così tanto diversa dalla nostra. Se tornassi indietro di 10 anni, mai avrei immaginato di ritrovarmi all’età di 24 anni con due viaggi in Cina alle spalle e la testa immersa in questa lingua.

Ieri stavo giusto pensando al fatto che in realtà l’Oriente e la Cina siano stati presenti nella mia vita sin da bambina, inizialmente sullo sfondo, partendo dalle cose più banali: per esempio i miei hanno sempre apprezzato la cucina cinese e quindi mi ricordo che da piccola se pensavo alla Cina la collegavo subito al ristorante dove andavamo e andiamo tuttora, per me la Cina era quello. Crescendo poi ci sono sempre stati quei cartoni che tutti coloro che appartengono alla mia generazione hanno quasi sicuramente visto: Rossana, Pokémon, Digimon, Kiss me Licia, per norminarne alcuni. Qua però ci spostiamo sul Giappone, su quei bellissimi disegni, sulle storie d’amore struggenti da adolescenti, ma anche sulle case in cui si entrava solo togliendosi le scarpe, sui pasti consumati seduti a terra a gambe incrociate, sulla profusione di inchini etc etc.. Tutto ciò popolava la mia immaginazione e ricordo perfettamente i pomeriggi dopo la scuola elementare in attesa dell’inizio di questi cartoni.

Durante l’adolescenza non ho mai mostrato uno spiccato interesse per l’Oriente, diciamo che gli elementi che mi collegavano a quel mondo erano rimasti i suddetti. Poi in quinta liceo la decisione presa a cuor leggero di andare avanti a studiare lingue, spostandomi però su un dominio inesplorato, considerando che studiare lingue europee anche all’università mi sembrava riduttivo. All’inizio avevo pensato a giapponese, ma poi volendomi  assicurare di non rivedere mai più la maggior parte dei miei compagni di classe, la scelta ricadde sul cinese e le relazioni internazionali. Mi ricordo di aver preso questa decisione d’istinto, senza ponderarla più di tanto e come invece vedere i miei compagni tormentati da quale università scegliere, mi aveva fatto dubitare di me stessa. Mi sbagliavo tuttavia, perché scoprii successivamente di essere incappata nella giusta strada, un po’ per sbaglio, un po’ per destino.

Così è iniziato il mio viaggio verso la Cina, che negli ultimi due anni si è ampliato molto, inglobando anche il Giappone ma soprattutto la Corea del Sud.  Sicuramente il semestre di studio che ho passato a Pechino ha contribuito a farmi avvicinare anche a queste realtà, poiché ho incontrato molti coreani e giapponesi che mi hanno incuriosito. Quel periodo è stato decisivo per farmi capire che quello era ciò che avrei voluto fare nella vita: stare a contatto con le popolazioni asiatiche e imparare la loro lingua per potervi comunicare. Inoltre anche per merito della mia coinquilina, conosciuta l’anno scorso, ho ampliato i miei orizzonti in materia Asia, ma soprattutto Corea. (Definirla coinquilina è riduttivo e banale, è una persona che ricopre un ruolo fondamentale nella mia esistenza adesso, ma questa non è la sede adatta dove discuterne, ci tenevo solo a precisarlo.)

Ed eccomi qua, 26 ottobre 2017, studentessa di cinese, con una passione spiccata per l’Oriente e nell’ultimo periodo in modo particolare per la Corea. A questo proposito scriverò un altro articolo, prima o poi.

Penso che a portarmi qua siano stati: il mio istinto, la mia curiosità per tutto ciò che è diverso e a tratti criptico, ho il sospetto centrino anche delle eredità famigliari genetiche dovute ad alcuni antenati appassionati anche loro per le lingue e il destino. Credo infatti profondamente di star facendo la cosa giusto al momento giusto, penso infatti che siamo tutti destinati alla nostra vita, che le cose vadano in un certo modo perché è destino, appunto. Non credo che sia tutto pianificato nei minimi dettagli, ma che sia una questione di 50 e 50:

50% della nostra volontà e 50% di Fato.

Tutti se prestiamo attenzione siamo circondati da segni che ci portano nella giusta direzione, dalla cosa più banale come può essere una scritta su un cartellone, al fallimento di un progetto a cui tenevamo, che ci porta inaspettatamente sulla strada giusta. Il trucco sta nel saper cogliere questi segni, se uno li ignora e non ci fa caso finisce probabilmente sulla strada sbagliata. Ma se uno ci fa caso invece, allora le probabilità di intraprendere il giusto sentiero aumenteranno e la via verso la vita a cui siamo destinati si aprirà automaticamente davanti ai nostri occhi. Credo fermamente in tutto ciò.

E dopo questa conclusione da santona new age, concludo questo articolo.

A presto.

Leaving your comfort zone is painful

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Quanto è difficile abbandonare la nostra “zona confortevole” o come diremmo in inglese la “comfort zone”? Non ci avevo mai pensato seriamente, negli ultimi anni ne ho sentito parlare spesso, ma ovviamente non sapevo cosa volesse dire finché non l’ho provato sulla mia pelle. È un’esperienza tremendamente dolorosa, questo è il motivo per cui ci sono tante persone che utilizzano quest’espressione, ma veramente poche che la mettono in pratica.

Ho sempre avuto un forte impulso a volermi mettere alla prova, superare i miei limiti, e quest’anno ne ho avuto l’occasione. È un processo ancora in atto, che mi è costato tanto: è come uscire dalla propria pelle, non è un dolore fisico, non so nemmeno se può essere definito dolore, ma è sicuramente qualcosa di molto difficile da fare, perché vuol dire affrontare tutte quelle situazioni che ci spaventano a morte nella vita quotidiana.

In realtà se teniamo gli occhi bene aperti, la vita ci mette sempre davanti a occasioni per superare i propri limiti ed affrontare le nostre paure, tuttavia sta a noi saperle vedere, cogliere, soprattutto prendere il coraggio a due mani e decidere di affrontarle. È una scelta indubbiamente difficile, ma se decidiamo di farlo, la ricompensa e la soddisfazione che ne derivano sono incomparabili. Queste esperienze sono quelle che ci aiutano a crescere e rafforzarci, ma anche a cambiare, che spesso è la cosa che ci spaventa di più, poiché ci porta ad essere altro, qualcosa di diverso: un passo in più verso la versione migliore di noi stessi.
Io sono una strenua sostenitrice del cambiamento, questo è il motivo per cui sono spinta ad uscire dalla mia comfort zone più spesso di quanto sia normale. Sento proprio uno slancio, una sorta di spinta verso l’ignoto, un salto nel vuoto che se affrontato con lo spirito giusto, può portare tantissimi benefici.

Pensateci.

A presto.

The very first post

Bene! Si presuppone che questo sia un post di inaugurazione.

Ho deciso di tenere un blog, perché ho pensato che fosse il modo migliore per poter incanalare e dare un senso a tutti i miei pensieri aggrovigliati. Scriverò un po’ di tutto quindi! Dai flussi di coscienza, ai post meno seri, alle confessioni, insomma a mio piacimento (ovviamente)!

Cose utili da sapere: ho 24 anni, studio cinese, amo la musica coreana (e la musica in generale), sono una persona spontanea e sincera, odio le mancanze di rispetto e le persone prepotenti, amo la schiettezza e fare battute stupide; ho una sola dipendenza:

IL CAFFE’.

Per ora è tutto. Presto scriverò altro, forse. Chissà.

A presto!